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Templestay: una tradizione antica come nuova forma di viaggio Data dell’evento 05 ott 2026
Templestay: una tradizione antica come nuova forma di viaggio di Marie Zampone (TGK World) Prima che esistesse il turismo, prima che esistessero gli hotel e le formule Airbnb, esistevano i templi, i monasteri, luoghi verso cui si arrivava per pregare, studiare, praticare e ritirarsi temporaneamente dalla vita quotidiana. Il legame fra viaggio e tempio, dunque, non è una costruzione recente: affonda le radici nella lunga storia del mondo e, per la Corea, nella tradizione dei sansa, i monasteri buddhisti di montagna. È su questa storia che, molto più recentemente, si innesta il templestay contemporaneo e, per capirne il successo, bisogna partire in effetti dal paradosso che rappresenta. L'esperienza che oggi permette a viaggiatori coreani e internazionali di trascorrere una o più notti in un tempio buddhista, partecipando alla vita della comunità monastica, non nasce come prodotto turistico pensato per il mercato globale, ma come necessità di trovare un modo per accogliere i visitatori stranieri arrivati in Corea del Sud per i Mondiali di calcio del 2002. Nel 2002 inizia, infatti, la storia ufficiale del templestay moderno, quando la Corea del Sud si prepara ad accogliere milioni di visitatori per la Coppa del Mondo. Già nel dicembre 2001, la stampa coreana raccontava il progetto della Jogye Order, il principale ordine buddhista coreano, di aprire una cinquantina di templi agli stranieri durante il periodo dei Mondiali per contribuire alla gestione dell’enorme domanda di alloggi e, parallelamente, permettere ai visitatori di conoscere un aspetto poco conosciuto della cultura locale. Il programma prevedeva soggiorni di una o due notti, durante i quali gli ospiti potevano assistere alle cerimonie, praticare la meditazione e partecipare ad attività tradizionali. Nel maggio 2002, prese il via il primo templestay ufficiale a Jikjisa, nella provincia di Gyeongsangbuk-do. Fu un successo capace di generare interesse e desiderio di partecipazione. Quello che era nato come progetto legato a un grande evento internazionale, per offrire un letto in cui dormire, iniziò rapidamente a trasformarsi in qualcosa di più ambizioso, rendere il soggiorno stesso in un'esperienza culturale. Nel templestay, infatti, il visitatore entra temporaneamente nella dimensione quotidiana e locale del singolo tempio avendo, allo stesso tempo, accesso ad oltre 1700 anni di storia del buddhismo coreano conservati nei monasteri che partecipano al programma. Molti di questi luoghi sono immersi in aree montane, rurali e naturali, spesso lontano dalla densità urbana di Seoul, rendendo alcune di queste esperienze difficili da replicare altrove. Solitamente, dopo l'arrivo, l'assegnazione della stanza, l'orientamento e le regole di comportamento all'interno del tempio, seguono spesso una visita ai luoghi, un'introduzione storica o alla meditazione Seon. Vi è poi la cena, generalmente consumata presto, intorno alle 17 e sempre secondo i ritmi della comunità monastica. Dopo il pasto ha solitamente luogo la cerimonia serale (yebul), oppure un momento dedicato alla meditazione che può tradursi in una passeggiata o un momento di silenzio. Intorno alle 21 (anche più tardi in alcuni templi) arriva il momento di spegnere le luci e riposare in vista della sveglia presto del giorno seguente. Intorno alle 3 o alle 4 del mattino arriva il momento di alzarsi, in tempo per partecipare alla cerimonia dell'alba. Seguono, a seconda del programma, meditazione, le 108 prostrazioni (108 bae), una camminata meditativa o la pulizia degli spazi del tempio. La colazione segue intorno alle 6, mentre tutta la parte successiva della mattinata può essere dedicata al cha-dam, il dialogo davanti a una tazza di tè con un monaco, oppure alla cucina monastica o allo studio e pratica della calligrafia. Il programma può anche includere la partecipazione alle cerimonie buddhiste, la meditazione Seon, la preparazione e degustazione del tè, la cucina monastica, attività di artigianato tradizionale e momenti di dialogo con i monaci ed è strutturato autonomamente dai diversi monasteri e, a seconda della formula scelta, lasciando anche spazio ad alcuni momenti facoltativi. Un programma che ribalta la logica del turismo convenzionale, basata sulla successione di luoghi da vedere ed accoglie parole come mindfulness, healing, meditazione e slow travel che si sono fatte largo nel linguaggio quotidiano del viaggio. Il visitatore non deve più necessariamente arrivare al tempio per motivi spirituali, può arrivarci semplicemente perché cerca un momento di pausa dalla metropoli, dalla frenesia del contemporaneo. In un certo senso è proprio per questo che il templestay funziona, perché sembra essere l'opposto di ciò che normalmente associamo a una vacanza. Toglie attività, riscoprendo qualcosa che spesso viene dimenticato: il valore del tempo, del quale non bisogna necessariamente riempire ogni minuto. La stessa Korea Tourism Organization descrive il templestay come un'esperienza attraverso la quale conoscere la vita dei praticanti e scoprire nuovi modi di vivere il rapporto con sé stessi e con la natura. Ed ogni tempio, ogni esperienza ha la sua peculiarità. Alcune sono maggiormente orientate alla meditazione, altre alla cultura tradizionale, altre ancora alla natura o alle attività fisiche rendendolo un format con un’identità comune, ma caratteristiche differenti. Tra gli elementi che accomunano molte delle formule, c'è la cucina monastica: il balwoo gongyang, il pasto rituale dei monaci che non viene concepito semplicemente come cibo tradizionale da assaggiare, bensì il modo di mangiare, la quantità di cibo, l'attenzione a non sprecarlo e il rapporto con gli ingredienti fanno parte di una filosofia di sostenibilità che viene resa accessibile e praticata nel quotidiano, come comunità. Anche se potrebbe sembrare necessario allontanarsi completamente dalla città per vivere questa esperienza, almeno nella sua forma più frugale, in realtà vi sono realtà che propongono esperienze simili all’interno delle grandi città, piccole oasi che offrono una pausa, dove il tempo scorre secondo ritmi completamente diversi, per non parlare della nuova tendenza di esperienza integrata: meditazione si, connessione con la natura, certo, e perfino la ricerca dell’anima gemella. Si chiama 나는 절로 (Naneun Jeollo, letteralmente “io vado al tempio”), un programma di incontri organizzato dalla Jogye Order Social Welfare Foundation che prende spunto, anche nel nome, dal popolare dating show I’m Solo. Un gruppo selezionato di uomini e donne single trascorre una notte in un tempio, partecipando alle attività del templestay e a momenti pensati per conoscersi come il format del rotating tea conversation: brevi incontri individuali, di circa dieci minuti, durante i quali i partecipanti conversano davanti a una tazza di tè. Una volta raggiunti i 10 minuti, il partner al tavolo viene cambiato con il successivo per permettere a tutti i presenti di conoscersi. L'iniziativa, nata nel 2023 nella sua forma attuale, anche nel 2026 ha continuato a registrare una domanda crescente: alla prima edizione dell'anno, organizzata a Seonunsa per giovani single tra i 20 e i 30 anni della regione di Honam, sono arrivate 644 candidature per appena 20 posti e, al termine del programma, si sono formate sei coppie. A maggio, l'edizione al tempio di Naksansa ha superato le 4.225 richieste di candidatura per 20 posti. Nel luglio 2026, inoltre, il programma ha celebrato un traguardo fino a quel momento insperato: la nascita del primo bambino di una coppia conosciutasi proprio durante Naneun Jeollo. I due partecipanti si erano incontrati a Naksansa nell'agosto 2024, sposati l'anno successivo e sono diventati genitori nel 2026. Il successo di questa formula di “dating” racconta come il desiderio di trovare un partner sia sempre più interconnesso con il bisogno di ritrovare forme di socializzazione lontane dal digitale. In una società caratterizzata da ritmi di vita accelerati e spesso inseriti nel cloud di Internet, il tempio offre un contesto diverso promuovendo l’interazione diretta, rituali condivisi e conversazioni in presenza. Risulta quindi facile comprendere il successo di questo fenomeno che, da movimento di nicchia, oggi racconta un’espansione e successo sorprendenti. A dieci anni dalla sua nascita, già nel 2012, il templestay aveva superato 2 milioni di partecipanti complessivi secondo le statistiche diffuse dal Korean Buddhist Cultural Business Group. Di questi, oltre 220.000 erano stranieri. Mentre nel solo 2025 i partecipanti ad esperienze templestay sono stati oltre 625.000 e di questi quasi 89.000 erano stranieri. Il perché di questa espansione, invece, è da ricercare in tutte quelle caratteristiche che diventano introvabili con altre esperienze: avvicinarsi al buddhismo coreano, con le sue peculiarità e declinazioni, il contatto non scontato con la natura, soddisfare la curiosità di dormire in un tempio e soprattutto abitare la cultura, viverla dall’interno. Attraverso il templestay la Corea non si presenta soltanto come Paese tecnologico, contemporaneo e innovativo, ma anche come luogo capace di custodire una tradizione millenaria. Una Corea che non ha quindi bisogno di inventarsi una nuova identità per essere contemporanea, interessante, cool, ma deve soltanto trovare nuovi modi per far conoscere quella che possiede già. Immagini 1. https://www.multivu.com/players/English/8448751-korean-buddhism-templestay-tour/image/ChamseonatGeumseon_1542210932074-HR.jpg 2. https://img.khan.co.kr/news/r/700xX/2025/11/11/news-p.v1.20251111.6aa2d17655fb46d6b94ba5affdfd18ad_P1.webp 3. https://cdn.ardentnews.co.kr/news/photo/202410/4632_21637_4846.jpg 4. https://findingchamna.dongguk.edu/article/tmp_act/detail/212384?pageIndex=1& Fonti https://templestay.com/ https://silsangsa.templestay.com/fe/MI000000000000000020/html/view.do https://www.chosun.com/english/travel-food-en/2026/05/22/OGPFRX66GVCK5CBD56E6AX2I2Y/ https://korean.visitkorea.or.kr/detail/ms_detail.do?cotid=4a046003-388c-4482-90fb-3241af21e91c&utm_campaign=share&utm_source=url_share&utm_content=ms https://www.seoul.co.kr/news/life/2026/04/08/20260408500083 https://www.yna.co.kr/view/AKR20260608068000005 https://korean.visitkorea.or.kr/detail/rem_detail.do?cotid=4c34b73f-b5db-4b86-aebe-b5b6f09ddf44& https://eng.templestay.com/en/MI000000000000000019/reserve/view.do?templeId=Haeinsa&templeFlag=&templestaySeq=17607&bookmarkFlag= https://m.seoul.co.kr/news/2026/07/18/20260718500004 https://www.khan.co.kr/article/200112132018371 https://www.ibulgyo.com/news/articleView.html?idxno=130834 https://www.hani.co.kr/arti/culture/culture_general/1243117.html https://sports.khan.co.kr/article/201205161913393/amp
Data di pubblicazione 05 ott 2026 -
Gam: il cachi Data dell’evento 05 ott 2026
Gam: il cachi Il frutto dell’autunno coreano di Vincenzo Acampora Se esiste un frutto capace di racchiudere in sé tutta l’atmosfera dell’autunno coreano, probabilmente è il gam (감), il cachi. Dolce, succoso e aromatico il cachi è molto più di un semplice frutto stagionale. In Corea è legato alla vita quotidiana, alla cucina tradizionale, alle festività e al folklore. Ancora oggi è possibile trovare alberi di cachi nei giardini o frutti appesi ad essiccare nei cortili delle case di alcune cittadine di campagna. Il rapporto tra la Corea e questo frutto affonda le sue radici nel passato, si ritiene, infatti, che fosse coltivato già durante la dinastia Goryeo come riportato da un documento del 1138 che cita la coltivazione del goyom e ancora piu direttamente da un documento del 1470 che riporta testimonianze del geonsi (cachi essiccato). Ma la storia del gam non riguarda soltanto i frutti. Nella tradizione coreana, praticamente ogni parte dell'albero poteva essere utilizzata: il legno era impiegato per mobili e oggetti intagliati, le foglie per preparare il tè e i frutti acerbi per ricavare un colorante. Nei mercati e nei supermercati della Corea si incontrano diverse varietà di cachi e diversi stadi di maturazione. Tra i più comuni troviamo i dan-gam (단감), cachi non astringenti, e i daebong-gam (대봉감), una varietà di cachi astringente. Il dan-gam 단감 è generalmente tra i primi cachi a comparire sui mercati coreani in autunno. A differenza delle varietà più morbide, si mangia quando è ancora sodo. La polpa è croccante e succosa, mentre il gusto è dolce ma relativamente fresco e delicato. Sono ideali per essere consumati sbucciati e aggiunti ad una insalata per un sapore fresco e croccante. Il daebong-gam (대봉감) è una varietà di cachi astringente, caratterizzata dalle grandi dimensioni e dalla forma allungata del frutto. Quando raggiunge la piena maturazione, il daebong-gam diventa estremamente morbido e dolce. La sua polpa conserva però una certa struttura fibrosa, caratteristica caratteristica che lo rende particolarmente adatto alla preparazione del gotgam, il tradizionale cachi essiccato. Il termine hongsi (홍시) indica generalmente un cachi lasciato maturare fino a quando il frutto diventa molto morbido, con una buccia sottilissima e una polpa quasi cremosa, dolcissima, delicata e dal colore tendente al rosso. Un vero dono della natura dal gusto e dalla dolcezza straordinari. Proprio al hongsi è legata un'espressione coreana molto evocativa: “감나무 밑에 누워서 홍시 입 안에 떨어지기를 기다린다” “Stare sdraiati sotto un albero di cachi aspettando che un hongsi cada direttamente in bocca.” L’espressione viene utilizzata per descrivere qualcuno che aspetta di ottenere una ricompensa senza fare alcuno sforzo. Alla fine dell'autunno, per preparare i gotgam, i cachi vengono sbucciati, legati e appesi all’aria e lasciati asciugare lentamente sfruttando il clima freddo, secco e ventilato della penisola coreana. Il gotgam è associato anche alle festività tradizionali e alle occasioni rituali, compresi i riti ancestrali jesa. È inoltre presente sulle tavole delle grandi festività come Chuseok e Seollal. Il cachi essiccato può essere utilizzato nella preparazione di altri piatti tradizionali. Due dei più conosciuti è il sujeonggwa, una bevanda dolce a base di cannella e zenzero di cui esiste una versione con il cachi, ed il gotgamssam, piccolo dolce particolarmente adatto ad essere accompagnato dal tè nel quale della frutta secca viene avvolta in un cachi essiccato. Il gam non vive soltanto sulle tavole coreane ma è entrato anche nella letteratura popolare. Una delle fiabe più celebri è 호랑이와 곶감 “La tigre e il cachi essiccato”. La storia racconta di una tigre affamata che si avvicina a una casa e sente piangere un bambino. La madre cerca in ogni modo di calmarlo, ma senza successo, finché non gli promette un gotgam e il bambino smette immediatamente di piangere. La tigre, non sapendo cosa fosse il gotgam, suppone che, per riuscire a far tacere il bambino, dovesse essere una creatura terribile e fugge terrorizzata. Anche in Italia consumiamo abitualmente il cachi in autunno ed inverno, ma l’importanza nella cultura gastronomica e nelle tradizioni è ben diversa dal ruolo che ha il frutto in Corea. E voi avete mai assaggiato il gotgam? Fonti: https://folkency.nfm.go.kr/KR/topic/detail/7313 https://ko.wikipedia.org/wiki/%EA%B0%90 https://www.sangju.gohttps://folkency.nfm.go.kr/KR/topic/detail/7313.kr/sangjugotgam/en/page/2512/5147.tc https://namu.wiki/w/%EA%B0%90
Data di pubblicazione 05 ott 2026 -
Che dolore terribile è l’amore Data dell’evento 05 ott 2026
Che dolore terribile è l’amore "Non dico addio" di Hang Kang approda a teatro grazie a Daria De Florian © Masiar Pasquali di Sara Bochicchio <Che dolore terribile è l’amore>: questo il titolo con cui, questo autunno, la meravigliosa Daria Deflorian porta in scena <Non dico addio> (titolo originale: 작별하지 않는다), opera del 2021 di Han Kang e tradotta in italiano da Lia Iovenitti per Adelphi. “È un lavoro sentire, non basta sapere”, dice Daria Deflorian in una recente intervista. Io, in questo articolo, mi limiterò a farvi sapere. Starà a voi sentire, leggendo le parole di Han Kang in Non dico addio e assistendo alla sua reinterpretazione per opera di Daria Deflorian. Non dico addio è un’opera onirica e, al contempo, intrisa di un dolore tangibile che attraversa corpo e spirito. Per mezzo di una prosa poetica, la premio Nobel dà ancora una volta voce a chi era stato obliato; riporta al centro l’individuo estraendolo da quel numero informe e anonimo che compare nelle pagine dei libri di storia o sui cartelli commemorativi apposti lì dove l’orrore è stato perpetrato. La vita anela alla vita. La vita è calore. Morire è diventare freddi. Avere sul viso della neve che non si scioglie. Uccidere è far diventare freddi. Gli esseri umani nella storia e gli esseri umani nell’universo. Venti e correnti oceaniche. Il flusso circolare dell’acqua e dell’aria che unisce il pianeta. Siamo tutti collegati. Ti prego, fa’ che siamo tutti collegati! Questo è quanto l’autrice appunta durante la stesura del libro. Non dico addio è la storia di una amicizia e, attraverso un dialogo tra presente e passato, di un amore struggente e di come questo nobile sentimento sia stato violato durante la sanguinosa repressione della rivolta di Jeju del 1948. I terribili anni dell’occupazione coloniale giapponese sono finiti da poco e la penisola è divisa in due zone di occupazione, l'amministrazione sovietica a nord e quella statunitense a sud. In un clima di crescente tensione, il 3 aprile 1948 il Partito dei Lavoratori della Corea del Sud organizza un’insurrezione armata a Jeju, opponendosi alla repressione politica, alla divisione della penisola e alle elezioni separate. L’insurrezione viene duramente repressa prima dalle autorità del governo militare statunitense e dalle forze di polizia e, dopo la nascita della Repubblica di Corea, dal nuovo governo e dalle sue forze armate e di polizia, dando inizio a una lunga campagna di violenza che colpisce non soltanto i ribelli, ma anche la popolazione civile. Villaggi vengono incendiati, case distrutte e numerosi civili uccisi o costretti a fuggire. La repressione prosegue fino al 1954, lasciando sull’isola una ferita profonda e a lungo rimossa dalla memoria ufficiale. A causa dei tentativi di insabbiamento, non è possibile stabilire con certezza il numero esatto delle vittime, secondo il rapporto governativo del 2003, tuttavia, si stima che siano tra 25.000 e 30.000. Nel tentativo di dar voce a questa massa apparentemente informe, Han Kang ci porta ancora una volta a interrogarci sull’assurdità dei conflitti e della violenza, depauperando quest’ultima di ogni ragion d’essere di fronte al crimine più grande di tutti: spegnere una vita. Da questa prospettiva, il linguaggio di Daria Deflorian sembra incontrare con naturalezza la voce di Han Kang. Entrambe attraversano le pieghe della memoria e le ferite della storia, lasciando che il dolore affiori attraverso il corpo, il silenzio e ciò che non può essere raccontato fino in fondo. È proprio in questo spazio sospeso tra ciò che è stato vissuto e ciò che è stato taciuto che le loro voci si incontrano, restituendo presenza e umanità a ciò che la storia ha cercato di cancellare. Le date della messa in scena: 22 - 25 ottobre, Bologna: https://bologna.emiliaromagnateatro.com/spettacolo/che-dolore-terribile-e-lamore/ 30 ottobre - 8 novembre, Milano: https://www.piccoloteatro.org/it/2026-2027/che-dolore-terribile-e-l-amore 26 novembre - 6 dicembre, Roma: https://www.teatrodiroma.net/spettacoli/il-teatro-e-vita-la-stagione-2026-2027-del-teatro-di-roma/teatro-valle/che-dolore-terribile-e-lamore/ FONTI: Kang, Han (2024). Non dico addio, trad. di Lia Iovenitti, Milano: Adelphi Kang, Han (2025). Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, trad. di Lia Iovenitti e Milena Zemira Ciccimarra, Milano: Adelphi Riotto, Maurizio (2018). Storia della Corea, Milano: Bompiani Intervista a Daria Deflorian: https://www.youtube.com/watch?v=kaJ-2E94B0A
Data di pubblicazione 05 ott 2026 -
Il sapore di casa e la voce delle radici: arriva in Italia “Haribo Kimchi” di Jaha Koo Data dell’evento 05 ott 2026
Il sapore di casa e la voce delle radici: arriva in Italia “Haribo Kimchi” di Jaha Koo Un viaggio multisensoriale all’interno di un pojangmacha, dove cibo, robotica e memoria raccontano il senso di appartenenza di Rebecca Pignatiello C’è un momento, per chi vive lontano dal proprio paese, in cui un profumo basta a riportare alla mente ricordi che sembravano perduti. Per Jaha Koo quel profumo è kimchi: cavolo fermentato, sale, tempo, memoria. Da questa intuizione nasce Haribo Kimchi, spettacolo che trasforma un chiosco di street food di Seoul in un teatro di identità, nostalgia e resistenza culturale. Haribo Kimchi approda in Italia con due tappe: a Roma, il 24 e 25 ottobre al Mattatoio nell’ambito del Romaeuropa Festival, e a Milano, il 28 e 29 ottobre alla Triennale per il FOG Festival. Sul palco, Jaha Koo non è solo: lo accompagnano tre presenze improbabili e tenerissime, tre robot che diventano alter ego, confidenti, testimoni. Una lumaca, un’anguilla e un orsetto gommoso, Haribo, appunto, popolano il suo pojangmacha, il piccolo bar notturno dove si mangia, si parla, si sopravvive. Insieme ripercorrono la storia del kimchi, ma anche quella di chi, come Jaha Koo, ha lasciato la Corea per l’Europa e si ritrova a negoziare ogni giorno il proprio senso di appartenenza. Il risultato è un’esperienza che coinvolge tutti i sensi: odori, suoni, gesti, parole. Il coltello che taglia i cetrioli, il sapore della zuppa fredda di alghe, lo sfrigolio in padella. Ma anche il peso di uno sguardo razzista, la vergogna di doversi omologare, la domanda che torna: “Dov’è casa?”. Jaha Koo risponde con ironia, musica elettronica, video e una malinconia che non giudica, ma accoglie. Classe 1984, formato alla Korea National University of Arts e al DAS Theatre di Amsterdam, Jaha Koo è uno degli artisti più originali del panorama contemporaneo. Nel 2026 ha vinto il Premio Internazionale Ibsen, il “Nobel del teatro”, diventando il primo artista asiatico e il più giovane a ricevere il riconoscimento. Dopo la Hamartia Trilogy, Haribo Kimchi conferma la sua capacità di fondere linguaggi diversi, musica, robotica, performance, in un racconto che è insieme intimo e universale. Sessanta minuti in coreano, con sovratitoli in italiano e inglese, per un viaggio che non si limita a raccontare la distanza dalle radici, ma la fa sentire, assaporare, condividere. Biglietti per le date di Roma (24 e 25 ottobre): https://romaeuropa.net/festival-2026/haribo-kimchi/ Biglietti per le date di Milano (28 e 29 ottobre): https://triennale.org/eventi/haribo-kimchi-jaha-joo-fog-2026 Fonti: ● https://www.korea.net/NewsFocus/People/view?articleId=289436 ● https://en.wikipedia.org/wiki/Jaha_Koo ● https://romaeuropa.net/festival-2026/haribo-kimchi/ ● https://www.koreaherald.com/article/10701563 ● https://triennale.org/eventi/haribo-kimchi-jaha-joo-fog-2026
Data di pubblicazione 05 ott 2026 -
Alla scoperta dell’Hangeul Data dell’evento 05 ott 2026
Alla scoperta dell’Hangeul Il 9 ottobre, una giornata dedicata all’alfabeto coreano di Marianna Demarchi Il 9 ottobre in Corea si celebra l’Hangeulnal (한글날), ovvero la giornata dell’hangeul, l’alfabeto coreano. Si tratta di una festività molto sentita in cui scuole e aziende rimangono chiuse. L’Hangeul è stato introdotto per la prima volta nel XV secolo da re Sejong detto Il Grande come parte di un tentativo di alfabetizzazione della parte più povera del popolo. Prima di esso, la scrittura della lingua coreana avveniva tramite l’uso dei caratteri cinesi antichi, detti Hanja, che, per essere compresi, richiedevano un alto livello di istruzione, prevalentemente accessibile alle classi più elevate. Per risolvere il problema, re Sejong decise, avvalendosi della collaborazione degli studiosi di corte, di creare un sistema di scrittura fonetico semplice adattato ai suoni intrinseci della lingua coreana. Il sistema è estremamente strutturato, ma al tempo stesso facile da apprendere. La grafia delle consonanti richiama in forma stilizzata la posizione che assumono la bocca o la lingua durante la loro pronuncia, mentre le vocali si basano su princìpi filosofici tradizionali. Per esempio, la consonante ㄱ richiama la posizione che assume la radice della lingua durante la pronuncia , mentre le vocali sono composte dalla combinazione di tre segni base (ㅡ, ㅣ e ∙) che rappresentano i tre elementi principali che compongono il cosmo: ㅡ simboleggia infatti la terra, ㅣrappresenta l’uomo e ∙ il cielo. Quest’ultima lettera è però caduta in disuso nel corso dell’evoluzione della lingua coreana. Rispetto ad altri alfabeti, l’Hangeul possiede una peculiarità: le lettere non si susseguono una dopo l’altra per formare una parola, ma si combinano in gruppi sillabici; per esempio, Hangeul non si scrive ㅎㅏㄴㄱㅡㄹ, ma 한글. Ogni sillaba è composta necessariamente da una consonante più una vocale o un dittongo vocalico, con eventualmente una o due consonanti che vanno a posizionarsi nella parte inferiore della sillaba, ossia nel batchim (받침). Tornando al nostro esempio 한글 (han-geul), vediamo infatti che le consonanti (jaeum) ㄴ e ㄹ (corrispondenti alle lettere n e l) si trovano al di sotto delle altre lettere. Re Sejong ultimò l’Hangeul nel 1443 e, nel 1446, pubblicò l’Hunminjeongeum Haerye , un documento esplicativo sul funzionamento del nuovo sistema di scrittura. Inizialmente, l’Hangeul non fu accolto con entusiasmo tra i membri della nobiltà, che lo vedevano come un modo per eliminare il proprio privilegio e lo denigrarono come una forma di scrittura di basso livello. In un primo momento, dunque, fu utilizzato prevalentemente dalle classi popolari e dalle donne, che avevano generalmente un accesso più limitato all’istruzione tradizionale. Tuttavia, quando in Corea iniziò a svilupparsi una maggiore consapevolezza della propria identità nazionale, l’Hangeul divenne un simbolo oltre che un semplice metodo di scrittura. Il valore di questa invenzione è ora così sentito che è stato deciso di celebrarne la creazione il 9 ottobre di ogni anno. In occasione di questa giornata, l’Istituto Culturale Coreano apre un concorso di lingua coreana. Per saperne di più, visita il sito ufficiale o i profili social dell’Istituto. Fonti: https://it.wikipedia.org/wiki/Giorno_dell%27hangul https://gogohanguk.com/it/blog/alfabeto-coreano-hangul/ https://it.wikipedia.org/wiki/Hang%C5%ADl https://gogohanguk.com/it/blog/caratteristiche-della-lingua-coreana/ https://it.wikipedia.org/wiki/Hunminjeongeum
Data di pubblicazione 05 ott 2026