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OLTRE IL K-POP: COME LA COREA DEL SUD STA COSTRUENDO IL SUO SOFT POWER GLOBALE

  • Data di pubblicazione01 giu 2026

OLTRE IL K-POP: COME LA COREA DEL SUD STA COSTRUENDO IL SUO SOFT POWER GLOBALE




di Maria Zampone (TGK World)


Per molto tempo, fuori dall’Asia, la Corea del Sud è stata raccontata soprattutto attraverso la tecnologia: Samsung, Hyundai, i grandi conglomerati industriali, la rapidissima crescita economica che ha trasformato il Paese in una delle economie più avanzate del mondo. Oggi però la percezione globale è cambiata radicalmente. Sempre più persone si avvicinano al Paese non attraverso l’elettronica o l’automotive, ma tramite una skincare routine, una serie Netflix o un piatto di tteokbokki.


È qui che entra in gioco il concetto di soft power: la capacità di influenzare il mondo non attraverso forza economica o militare, ma tramite cultura, immaginario, desiderabilità e attrazione. Ed è proprio in questo spazio che la Corea del Sud sta costruendo una delle strategie culturali più efficaci degli ultimi decenni.


Il K-pop ha certamente fatto esplodere il fenomeno, ma oggi rappresenta soltanto una parte di un ecosistema molto più ampio in cui tanti aspetti hanno aperto la strada. K-drama, cinema, K-beauty e K-food non sono più fenomeni paralleli: funzionano insieme, si alimentano a vicenda e contribuiscono a creare un’immagine coerente della Corea contemporanea, che appare innovativa eppure rassicurante, tecnologica ma profondamente legata alla propria identità culturale.


Basta pensare che secondo il Global Soft Power Index 2026 di Brand Finance, la Corea del Sud è salita al 11° posto mondiale, rafforzando in particolare la propria influenza culturale e la percezione internazionale legata a innovazione, istruzione e crescita futura (fonte 1).


K-Drama: la Corea come esperienza emotiva globale

Tra tutti gli strumenti del soft power coreano, i K-drama sono forse quelli che più hanno modificato il modo in cui il pubblico internazionale percepisce la Corea del Sud. Se il K-pop ha esportato musica e performance, i drama hanno esportato atmosfere, relazioni sociali, rituali quotidiani e persino modi di vivere.


Un’espansione che però non è nata improvvisamente con Netflix. Già nei primi anni Duemila alcune serie coreane avevano iniziato a circolare in altri Paesi asiatici, contribuendo alla nascita della cosiddetta Hallyu Wave. Uno dei casi più emblematici fu Winter Sonata, drama del 2002 e fenomeno culturale in Giappone, al punto da trasformare il protagonista Bae Yong-joon in una vera icona. Per molti osservatori, è stato uno dei primi momenti in cui la Corea del Sud ha compreso il potenziale internazionale del proprio intrattenimento televisivo.


Negli anni successivi sono arrivate serie come Boys Over Flowers, My Love from the Star e Descendants of the Sun, che hanno consolidato la diffusione globale dei drama coreani ben prima dell’esplosione definitiva avvenuta con Netflix. Poi è arrivata Squid Game, che nel 2021 ha trasformato un prodotto coreano in un fenomeno culturale planetario, dimostrando che una storia locale poteva rispecchiare le società globali e diventare universale, senza perdere la propria identità.


Serie come Crash Landing on You, Goblin o Extraordinary Attorney Woo non sono soltanto storie: trasformano dettagli culturali in elementi aspirazionali. Il cibo condiviso nei pojangmacha (포장마차), le strade illuminate di Seoul, i convenience store aperti tutta la notte, il rituale del bere soju o persino la moda quotidiana diventano parte di un immaginario globale immediatamente riconoscibile.


Il successo dei drama ha inoltre avuto un effetto economico concreto. Diversi studi coreani hanno mostrato una correlazione diretta tra la diffusione dei contenuti Hallyu e la crescita dell’export alimentare coreano, in particolare di prodotti come kimchi, ramyeon e snack confezionati. (fonte 2)


Il cinema coreano: da fenomeno locale a riferimento globale

Parallelamente ai drama, anche il cinema sudcoreano ha vissuto una crescita straordinaria. Per anni considerato un settore forte a livello nazionale, ha iniziato gradualmente a conquistare festival internazionali grazie a registi capaci di combinare linguaggio autoriale, critica sociale e accessibilità narrativa.


Nei primi anni Duemila sono stati film come Oldboy di Park Chan-wook ad attirare l’attenzione internazionale per il loro stile visivo radicale e la loro intensità narrativa. Poco dopo, il cinema di Bong Joon-ho ha contribuito a ridefinire la percezione globale della Corea del Sud, passando da opere cult come Memorie di un Assassino fino al successo storico di Parasite, primo film non in lingua inglese a vincere l’Oscar come Miglior Film.


Con Parasite, la Corea del Sud non ha semplicemente esportato un film di successo: ha dimostrato che storie profondamente radicate nelle tensioni sociali coreane potevano parlare al mondo intero. Da quel momento, il cinema coreano è entrato definitivamente nel panorama culturale globale non più come eccezione, ma come uno dei linguaggi cinematografici contemporanei più influenti.


K-Beauty: non solo cosmetica, ma stile di vita

Se i drama costruiscono immaginario e sogni, la K-beauty lo trasforma in pratica quotidiana. Negli ultimi anni la skincare coreana è passata dall’essere una nicchia per appassionati a uno dei segmenti beauty più influenti a livello globale. Sheet mask, cushion foundation, glass skin, layering skincare e ingredienti come snail mucin o centella asiatica sono ormai entrati stabilmente nel linguaggio internazionale.


Ma la diffusione della K-beauty è iniziata molto prima che diventasse virale su TikTok. Tra la fine degli anni Duemila e l’inizio degli anni 2010, brand come Etude House, Innisfree, Laneige e Missha hanno iniziato a espandersi fuori dalla Corea nel resto dell’Asia. Poco dopo, l’interesse occidentale per BB cream, maschere viso e skincare routine multilayer avrebbe trasformato questi marchi in pionieri della globalizzazione beauty coreana.


Secondo diverse analisi di settore, il mercato globale K-beauty ha superato i 13 miliardi di dollari e continua a crescere rapidamente (fonte 3 - 4).


Ma la forza della K-beauty non risiede soltanto nei prodotti. Il vero elemento rivoluzionario è l’approccio culturale alla bellezza: prevenzione invece di correzione, cura della pelle invece di semplice make-up, ritualità quotidiana invece di trasformazione immediata. In Occidente, dove il beauty marketing è stato a lungo costruito sull’idea di “coprire difetti”, la skincare coreana ha introdotto una narrativa diversa, più legata al benessere, alla costanza e alla self-care culture. Non è un caso che termini come glass skin siano diventati parte del lessico globale dei social media.


K-Food: il cibo come memoria e familiarità

Tra gli aspetti più interessanti della crescita del soft power coreano c’è, ultimo ma non ultimo, il ruolo del cibo.


Il K-food che non si è diffuso attraverso grandi campagne istituzionali, ma tramite esposizione quotidiana e ripetizione culturale. Per anni milioni di spettatori internazionali hanno visto personaggi mangiare ramyeon nei drama, condividere pollo fritto o cucinare kimchi jjigae in famiglia. Il risultato è che il cibo coreano è diventato familiare prima ancora di essere realmente conosciuto.


Oggi kimchi, gimbap, tteokbokki e ramyeon coreano sono presenti nei supermercati di moltissimi Paesi. Secondo diversi report, le esportazioni alimentari coreane continuano a registrare numeri record, trainate proprio dall’effetto Hallyu (fonte 5).


Emblematico il ramyeon: prodotto nato quasi come comfort food locale è diventato oggetto culturale globale, spesso associato a sfide TikTok, mukbang e scene iconiche dei K-drama. Ma il K-food funziona anche perché racconta qualcosa di profondamente coreano: il valore della condivisione, dei piccoli rituali quotidiani, della convivialità. In altre parole, non esporta solo sapori, ma abitudini sociali.


La Corea come ecosistema culturale

Ciò che rende oggi la Corea del Sud particolarmente forte non è il singolo successo di una crema, un gruppo K-pop o una serie TV, ma la capacità di creare un ecosistema culturale coerente.


Chi guarda un drama può iniziare a usare skincare coreana. Chi entra nella K-beauty può sviluppare curiosità verso il cibo. Chi scopre il K-food può voler visitare Seoul. Tutti questi elementi si rafforzano reciprocamente. Ed è forse questa la vera evoluzione del soft power coreano: non esportare semplicemente prodotti culturali, ma costruire familiarità emotiva. Rendere la Corea un luogo percepito come vicino, desiderabile e riconoscibile anche da chi non c’è mai stato.


Per questo oggi la Corea del Sud non è più soltanto uno dei principali esportatori culturali del mondo. Sta diventando un modello contemporaneo di come identità, storytelling e cultura pop possano ridefinire il peso globale di un Paese.


Fonti:

1 - https://static.brandirectory.com/reports/brand-finance-soft-power-index-2026-digital.pdf

2 - https://www.kci.go.kr/kciportal/ci/sereArticleSearch/ciSereArtiView.kci?sereArticleSearchBean.artiId=ART003220455

3 - https://seoulvision2030.com/culture/k-beauty-global-exports/

4 - https://www.mordorintelligence.com/industry-reports/south-korea-beauty-and-personal-care-products-market

5 - https://www.foodandbeverage.business/supply-chain/the-korean-wave-driving-a-global-appetite-for-k-food-exports